Femminicidio, perché le parole (e i dati) contano

Pubblicato il 14 settembre 2026 alle ore 09:00

di Simona Tricoli

In questi giorni sono rimasta turbata dall’ennesimo caso di cronaca avente come protagonista un reato di femminicidio, una storia terribile che mi fa sempre sperare che la vittima in questione sia “davvero l’ultima”. Ogni caso è una storia a sé, dolorosa quando la si conosce, e devastante per i familiari e gli amici delle vittime.

Generalmente nel nostro blog non parliamo di argomenti così forti, ma quest’ultimo caso di cronaca mostra come è sempre più importante parlarne in ogni ambito, di come è fondamentale sensibilizzare sull’argomento e capire perché questo succede, e come società cosa dobbiamo fare affinché queste storie non si ripetano.

Perché le parole sono importanti

È importante distinguere tra omicidio e femminicidio, perché il femminicidio non è solo l’uccisione di una donna.

Fu la sociologa e criminologa femminista Diana E. H. Russell ad usare per la prima volta la parola femminicidio nel 1976 durante il Tribunale internazionale sui crimini contro le donne a Bruxelles, per indicare un fenomeno criminologico che non riguarda qualsiasi omicidio che ha come vittima una donna, ma un fenomeno che ha alla base un estrema violenza sessista e misogina radicata nella disuguaglianza di genere.

Una donna nel reato di femminicidio viene uccisa da un uomo per il fatto di essere donna.

Se una donna viene coinvolta in una rapina e resta uccisa non è un femminicidio, però, se una donna lascia il proprio compagno e lui non lo accetta e la uccide, se una donna rifiuta le avances di un uomo e lui non lo accetta e la uccide, se una donna vuole come essere umano essere libera di lavorare, di studiare, di laurearsi, di avere un’indipendenza economica e l’uomo che ha accanto non lo accetta e la uccide, questo è femminicidio.

È la prevaricazione, il controllo e il credersi possessori della vita di una donna, una convinzione così profonda che da il diritto a questi uomini di decidere se toglierla o meno questa vita.

È  di fatto un problema sociale, un problema che ha radici profonde, radici che affondano in una complessa combinazione di fattori culturali, sociali e psicologici legati alla disuguaglianza di genere e alla volontà di dominio. La cosa davvero preoccupante, che si può tranquillamente constatare consultando i casi di cronaca, è che molte volte non avviene in seguito a un raptus improvviso, ma il femminicidio viene pianificato, e alla base ci sono una cultura del possesso, e il rifiuto che una donna possa avere l’autonomia e la libertà di dire No.

Secondo il vocabolario Treccani il femminicidio è una “Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”.

 

Il femminicidio in Italia

Il reato specifico di "femminicidio" è entrato ufficialmente in vigore nel Codice penale italiano solo il 17 dicembre 2025. Nel primo semestre del 2026 in Italia secondo il Dossier Viminale pubblicato dal Ministero dell'Interno, le donne vittime di omicidio volontario sono state 34 e 8 di questi omicidi sono stati classificati come femminicidio.

Lo so, sembrano pochi rispetto ai dati forniti dalla cronaca. La verità è che se anche molti di questi casi, pur essendo a tutti gli effetti delitti nati in contesti familiari, di possesso o di coppia, necessitano di tempi tecnici e approfondimenti investigativi prima che l'accusa formale venga convertita in femminicidio. I report del Ministero dell'Interno fotografano la situazione giudiziaria esatta del momento in cui viene chiuso il dossier. Se un uomo uccide la compagna e poi si suicida, o se la dinamica richiede perizie che durano mesi, quel fascicolo potrebbe non essere subito marchiato come "femminicidio ex Art. 577-bis", finendo nel conteggio generale degli omicidi.

Per questo motivo oggi i femminicidi risultano meno di quello che sono, la differenza sta solo “nell'etichetta legale provvisoria” assegnata dai tribunali. Ai sensi dell'art. 577-bis, primo comma, del Codice penale - introdotto dalla Legge 2 dicembre 2025, n. 181 - il reato di femminicidio si configura quando:

Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.

Leggendo questo primo comma dell’articolo 577 possiamo capire che purtroppo i femminicidi sono molti di più.

Capire di cosa stiamo parlando non è un esercizio semantico, ci aiuta a studiare le vere cause alla base della violenza di genere e a migliorare la prevenzione. Aiuta le istituzioni a creare leggi e percorsi di aiuto mirati, mentre le analisi statistiche consentono di raccogliere dati precisi per capire la portata del problema.

Come affrontare il problema come società

La prima cosa da fare è quella di educare gli uomini a relazioni sane, insegnargli ad esprimere le proprie fragilità contrastando il mito dell’uomo forte che non deve chiedere aiuto. Bisogna educare al fatto che il “No” di una donna, non è un attacco alla propria virilità o un insulto personale, ma la legittima espressione della libertà altrui. È necessario sradicare l’idea che il partner sia una proprietà privata o un estensione di sé, è necessario invece promuovere la parità nella vita quotidiana, sradicando l’idea che l’uomo debba essere il capo famiglia e detenere l’autorità. Gli uomini tra loro devono smetterla di essere spettatori passivi, se un amico fa una battuta sessista stare in silenzio equivale a condividere o accettare questi atteggiamenti. È fondamentale promuovere figure maschili che dimostrino che la forza risiede nel rispetto e non nel dominio, e introdurre programmi scolastici obbligatori che trattino il consenso, il rispetto delle differenze e la risoluzione pacifica dei conflitti.

Purtroppo siamo ancora lontani da tutto questo, e lungi da me voler dire alle donne come comportarsi, perché non deve essere una donna a salvaguardarsi, ma devono essere educati gli uomini. Ma dato che ad oggi non si fanno molti passi avanti in questo senso, mi permetto di dare qualche consiglio per riconoscere una relazione tossica e indicare quali sono gli strumenti di supporto e protezione in Italia.

Come riconoscere i campanelli di allarme di una relazione tossica

I comportamenti tossici non si manifestano tutti insieme ma lo fanno in modo graduale, per questo motivo bisogna prestare attenzione a:

  • Controllo ossessivo: Monitora il tuo telefono, i tuoi social, decide come devi vestirti o truccarti e pretende di conoscere ogni tuo spostamento.
  • Svalutazione e umiliazione: Ti critica continuamente, minimizza i tuoi successi e ti fa sentire costantemente sbagliata o inadeguata.
  • Gelosia morbosa: Giustifica il controllo e le accuse di infedeltà spacciandole per "troppo amore.
  • Violenza economica: Controlla le tue spese o ti impedisce di lavorare e studiare per privarti della tua indipendenza finanziaria.
  • Gaslighting e manipolazione: Ti fa dubitare della tua stessa memoria o percezione della realtà, ribaltando la colpa dei litigi su di te.
  • Ricatti e minacce: Minaccia di farsi del male, di lasciarti o di colpire i tuoi affetti se non fai ciò che vuole.

Gli strumenti di supporto in Italia

In Italia, il principale strumento di supporto è il numero gratuito 1522, attivo 24 ore su 24 anche via chat e in totale anonimato, affiancato dal 112 per le emergenze immediate. Sul territorio operano i Centri Antiviolenza (CAV), che offrono supporto psicologico e legale gratuito, e le Case Rifugio a indirizzo segreto per ospitare le donne in pericolo. Dal punto di vista legale, le tutele principali includono l'Ammonimento del Questore (una diffida formale preventiva che non richiede denuncia), i divieti di avvicinamento e le procedure d'urgenza del Codice Rosso, che accelerano le indagini a tutela della vittima.

Ogni volta che avviene un femminicidio, viene fuori la fragilità di molti di questi strumenti, ma è importante sapere che ci sono, e che c'è qualcuno a cui possiamo rivolgerci

Perché sia davvero l'ultima volta

Un femminicidio è il fallimento più estremo di un sistema sociale che non ha protetto qualcuno.

Educare alla tolleranza, al rispetto dell’altro e al rispetto della vita, indipendentemente dal genere, è un punto di partenza e come società siamo tutti responsabili: di educare i nostri figli, di educare i nostri nipoti, siamo responsabili quando non interveniamo se qualcuno ha atteggiamenti sessisti.

Dietro ogni numero di questo articolo c'è una donna che aveva una vita, delle persone che le volevano bene, un futuro che le è stato tolto. A loro, e a chi oggi porta il peso di quell'assenza, va il nostro pensiero più sincero. Ricordarle è il minimo che possiamo fare. Provare a cambiare le cose è il modo in cui possiamo davvero onorarle.

 

Fonti:

https://unipd-centrodirittiumani.it/it/temi/i-concetti-di-femmicidio-e-femminicidio

https://www.treccani.it/vocabolario/femminicidio_(Neologismi)/

https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xii/capo-i/art577bis.html

https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2026-07/report_omicidi_i_semestre.pdf  

https://www.psicoterapiafunzionale.it/2021/11/relazioni-tossiche-cosa-sono-e-come-riconoscerle/

https://dinellalex.com/quali-sono-i-segni-di-una-relazione-tossica-e-come-uscirne/