di Giovanni Buscema
Il 30 agosto 2026 una professoressa di un istituto superiore in Campania ha lanciato una petizione online per chiedere di spostare l'inizio delle lezioni dal 15 settembre al 1° ottobre, denunciando condizioni in aula ormai incompatibili con il benessere psicofisico di studenti e personale, e non è la prima volta che succede né sarà l'ultima, perché lo stesso copione si ripete ogni settembre con il caldo e ogni dicembre con il freddo, con parole diverse ma con la stessa aula di fondo, lo stesso edificio che non regge il cambio delle stagioni. Il dibattito pubblico però si incastra sempre sulla data, su quando aprire o chiudere i cancelli, quando in realtà il problema non ha nulla a che fare con il calendario.
Il meccanismo invisibile
Bisogna guardare il muro, non la data, perché secondo i dati del Ministero dell'Istruzione e della Fondazione Agnelli oltre la metà degli edifici scolastici oggi attivi in Italia è stata costruita tra il 1950 e il 1992, con due edifici su tre che risalgono a prima del 1976, cioè prima delle normative antisismiche e ben prima che isolamento termico e ventilazione naturale entrassero nei capitolati edilizi. Molti di questi plessi non sono nemmeno nati come scuole ma come palazzi, ex conventi o caserme riadattate, con il risultato che un edificio progettato per il clima degli anni Sessanta continua a comportarsi come allora, accumulando calore d'estate e disperdendolo d'inverno, perché la vera criticità non è la temperatura eccezionale di una singola stagione, ma l'involucro edilizio che non è mai cambiato.
Quello che i numeri non dicono
I numeri sullo stato delle scuole italiane raccontano un quadro chiaro, dove solo il 7% degli edifici è dotato di climatizzazione secondo le stime di FLC CGIL e Cittadinanzattiva, mentre un'analisi di lavoce.info calcola che 2,7 milioni di studenti( il 45% del totale), frequentano aule con temperature medie superiori ai 26°C per almeno un mese tra maggio e settembre.
Ma il dato che raramente finisce nei titoli dei giornali riguarda il reale costo educativo: uno studio pubblicato su PLOS Climate condotto su quasi 14,5 milioni di studenti mostra che il caldo prolungato compromette le funzioni cognitive complesse come il calcolo e la risoluzione di problemi, riducendo i punteggi negli esami fino al 2% del progresso annuo tipico, con un effetto fino a tre volte più forte sugli studenti socialmente ed economicamente svantaggiati, che più spesso frequentano gli edifici più vecchi e meno manutenuti, trasformando il disagio fisico in una vera e propria disuguaglianza educativa.
Il problema ha due facce
Le ondate di calore hanno smesso di rispettare la geografia e colpiscono ormai con la stessa intensità il Nord e il Sud del Paese, esattamente come accade, in modo speculare, per il freddo invernale. Sebbene il Ministero dell'Istruzione registri che l'88,4% degli edifici statali ha un impianto di riscaldamento, un'indagine di Skuola.net su 1.800 studenti rivela che due su tre dichiarano comunque di soffrire il freddo in classe, con un 35% che definisce la situazione quasi insopportabile, a causa di caldaie vecchie, infissi privi di tenuta e riscaldamenti accesi per poche ore al giorno per contenere i costi energetici, facendo sì che chi va a scuola in Italia paghi il conto della fragilità strutturale due volte l'anno.
Mente, non solo corpo
Fare lezione in condizioni termiche estreme agisce direttamente sul piano neurofisiologico ed emotivo, perché l'esposizione al calore alza i livelli di cortisolo aumentando irritabilità e ansia già dopo 90 minuti sopra i 32°C, mentre le ricerche del CNR documentano come la vasodilatazione cerebrale provocata dal caldo si traduca in mal di testa, affaticamento mentale e maggiore reattività emotiva. A questo si somma l'impatto delle notti tropicali, che peggiorano la qualità del sonno e riducono la capacità della corteccia prefrontale di regolare le emozioni il giorno successivo, facendo arrivare gli studenti in classe già meno equipaggiati per gestire lo stress della giornata, con un meccanismo del tutto analogo per il freddo, dove un corpo impegnato a difendersi dal disagio fisico ha inevitabilmente meno risorse cognitive da dedicare allo studio.
Le soluzioni che già esistono
La risposta reale non è rinviare la campanella ma intervenire sulle strutture attraverso una riqualificazione energetica profonda fatta di cappotti termici, infissi isolanti e ventilazione meccanica controllata, un ambito su cui il PNRR ha stanziato 4,4 miliardi di euro che tuttavia procedono a rilento tra ritardi di spesa e fondi aggiuntivi necessari per completare i cantieri.
Accanto agli interventi sugli edifici esistono poi i modelli europei che agiscono sugli spazi esterni, come il programma "Cours Oasis" di Parigi che ha già trasformato 165 cortili scolastici sostituendo l'asfalto con alberi e superfici permeabili per abbattere l'effetto isola di calore, seguiti in Italia dai primi esperimenti di Firenze, con oltre 5.000 metri quadrati di cortili de-pavimentati, e Trento con i suoi cortili climatici concepiti per raffrescare non solo la scuola ma l'intero quartiere.
Il sistema ci ha abituati a credere che la risposta risieda nel calendario scolastico e che basti spostare una data per risolvere il problema, ma le soluzioni tampone rincorse a ogni cambio di stagione non coincidono con il benessere di uno studente seduto in un'aula a 34 gradi, o a 12.
Resta una domanda di fondo: se il prossimo settembre sarà ancora più caldo e il prossimo dicembre ancora più freddo, quante stagioni dovranno passare prima che sia l'edificio, e non il calendario, a diventare la vera priorità?
Fonti
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Ministero dell'Istruzione e del Merito & Fondazione Agnelli — Anagrafe e Rapporto sull'Edilizia Scolastica.
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Cittadinanzattiva & FLC CGIL — Rapporto Ecosistema Scuola e indagini sul comfort termico negli istituti italiani.
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PLOS Climate / Harvard T.H. Chan School of Public Health — Studio su stress termico, funzioni cognitive ed equità educativa.
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Ville de Paris & Comuni di Firenze e Trento — Progetti di depavimentazione, programma Cours Oasis e cortili climatici.