Perdiamo l’acqua e ci teniamo la plastica: la contraddizione che non vediamo

Pubblicato il 5 gennaio 2026 alle ore 09:00

di Giovanni Buscema

 

Un paradosso tutto italiano tra reti idriche colabrodo e consumo record di acqua in bottiglia.

Apri il rubinetto e l’acqua arriva. Sembra tutto normale. Troppo normale, forse. Proprio questa normalità nasconde una contraddizione enorme: ogni giorno disperdiamo acqua potabile sotto i nostri piedi, mentre in superficie produciamo bottiglie di plastica destinate a restare nell’ambiente per secoli. In breve: stiamo buttando via una risorsa e ci teniamo il rifiuto.

 

Sotto terra: l’acqua che non arriva mai

L’acqua del rubinetto non “nasce” pronta nei tubi. Viene captata da sorgenti e pozzi, trattata negli impianti, controllata nei laboratori e spinta nella rete con pompe che consumano energia. Tutto questo ha un costo economico e ambientale. Tutto questo dovrebbe garantire che l’acqua arrivi intatta fino a casa.

Dovrebbe. Ma spesso non succede. In Italia le perdite idriche nella distribuzione sono ancora altissime: si parla di circa 3,4 miliardi di metri cubi dispersi, pari a oltre il 42% dell’acqua immessa in rete. Detto senza giri di parole: quasi un litro su due non arriva a destinazione.

Per dare una misura concreta del problema: l’acqua dispersa negli acquedotti comunali potrebbe coprire il fabbisogno annuo di oltre 43 milioni di persone, cioè circa tre quarti della popolazione italiana. Non è una metafora. È acqua reale, già potabile, già trattata, già pagata.

Una parte della risposta sta nell’età delle infrastrutture: molta rete è stata posata decenni fa e richiede manutenzione e rinnovi costanti. Il punto, però, è che lo spreco avviene nel sottosuolo: non lo vediamo. E ciò che non vediamo tende a non diventare priorità, finché non arriva la siccità, un guasto o un’emergenza.

 

Sopra terra: il paradosso dell’acqua che compriamo

Mentre sotto terra perdiamo una quota enorme di acqua potabile, in superficie facciamo l’opposto: la compriamo. L’Italia è tra i Paesi europei con i consumi più alti di acqua in bottiglia. Non perché l’acqua del rubinetto “non sia sicura” in generale, ma perché la bottiglia è diventata un gesto automatico: al supermercato, al bar, in ufficio, in palestra.

Il risultato è un’abitudine di massa: centinaia di litri pro capite all’anno e miliardi di litri complessivi, per lo più in contenitori di plastica. Se provi a tradurre questi numeri in cose reali, la statistica diventa fisica: camion che trasportano, magazzini che stoccano, scaffali che refrigerano, frigoriferi domestici che consumano energia. E alla fine: rifiuti da gestire.

 

Il vero prezzo della bottiglia: non stai pagando l’acqua

Quando paghi una bottiglia, raramente stai pagando “soprattutto” l’acqua. Stai pagando la filiera costruita attorno a quella bottiglia: packaging, trasporto, logistica, distribuzione, refrigerazione, marketing e margini commerciali. L’acqua, spesso, è la componente meno costosa del prezzo finale.

In pratica, nel prezzo della bottiglia entrano:

  • plastica e tappo (materie prime e produzione)
  • trasporto su gomma e carburante
  • stoccaggio e movimentazione
  • distribuzione e spazio a scaffale
  • comunicazione e marketing
  • smaltimento (diretto o indiretto) dei rifiuti

La plastica dura secoli più dell’acqua che contiene

Una bottiglia dura pochi minuti: il tempo di berla. La plastica, invece, può persistere nell’ambiente per tempi lunghissimi. E c’è un altro aspetto, più personale: la ricerca sta mostrando che l’acqua in bottiglia può contenere micro- e nanoplastiche, particelle così piccole da non essere visibili a occhio nudo.

Studi recenti hanno rilevato in alcuni campioni concentrazioni molto elevate di particelle per litro, con una quota importante composta da nanoplastiche. Essendo estremamente piccole, queste particelle possono aumentare l’esposizione umana attraverso l’ingestione. Sugli effetti a lungo termine sull’organismo la letteratura è in evoluzione: ci sono ipotesi e segnali di possibili impatti (infiammazione, interazioni con il microbiota), ma servono ancora dati consolidati e studi di lungo periodo per quantificare rischi e soglie.

 

La soluzione non è eroica: è semplicemente pratica

Non serve essere perfetti né trasformarsi in attivisti. Serve uscire dall’automatismo. Il cambiamento si gioca su due piani: pubblico e personale.

Cosa serve a livello pubblico

Ridurre le perdite idriche significa investire in manutenzione, monitoraggio, sostituzione dei tratti più degradati e digitalizzazione della rete (sensori, distrettualizzazione, ricerca perdite). È la parte meno “visibile” della sostenibilità, ma spesso la più decisiva.

Cosa puoi fare a livello personale

Due scelte coprono la maggior parte delle situazioni quotidiane:

  • bere acqua del rubinetto (eventualmente filtrata, se preferisci gusto o tranquillità)
  • usare una borraccia o una bottiglia riutilizzabile, da riempire prima di uscire

La bottiglietta “al volo” può restare un’eccezione, non una routine. E quando un gesto diventa abitudine collettiva, i numeri cambiano davvero: meno plastica prodotta, meno trasporti, meno rifiuti, meno costi.

 

Il cerchio che non torna finché non lo vediamo

Sotto terra perdiamo acqua potabile e trattata in reti colabrodo.

Sopra terra produciamo e consumiamo bottiglie di plastica come se fosse inevitabile.

È un paradosso: buttiamo via l’acqua e ci teniamo la plastica. Ma un paradosso, quando lo riconosci, smette di essere “normale”. E diventa una scelta: continuare per inerzia, oppure cambiare abitudine.