di Simona Tricoli
Un fenomeno che riguarda molte regioni soprattutto del sud Italia, le isole e alcune zone dell’appennino, è lo spopolamento dei borghi, dovuto non solo all’emigrazione verso altri lidi ma anche al calo delle nascite che nel nostro paese diventa sempre più grave.
Secondo dati Istat la popolazione in Italia scenderà tra il 2030 e il 2050 da circa 59 milioni di persone a 54,7 milioni. Mentre la speranza di vita in Italia arriva a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne, si registra un forte calo delle nascite; infatti, nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,4.
Questo dello spopolamento dei borghi è un fenomeno allarmante e qui l’impatto lo abbiamo soprattutto sulla sostenibilità sociale e la sostenibilità economica.
Mancanza di lavoro, di infrastrutture e meno nascite, stanno creando dei veri e propri paesi fantasma.
In regioni come la Calabria è spesso scontato al termine degli studi fare le valigie per avere opportunità lavorative, le persone qualificate con una laurea, un master o addirittura un dottorato che decidono di restare, nella maggior parte dei casi sono costrette a fare un lavoro che non gli permette di sfruttare le proprie competenze o addirittura non lavorano affatto.
In alcuni territori c’è carenza di aziende, pertanto è impossibile anche solo pensare di trovare un lavoro in linea con le qualifiche conseguite, per questo motivo molti sono costretti a fare le valigie e andare in città italiane che offrono più opportunità o addirittura all’estero.
Altro problema è il fenomeno dei Neet (chi non studia e non lavora), molto marcato in regioni come quelle del sud. Questo dipende fortemente non solo dalla scarsità di opportunità lavorative, ma anche dalla famiglia di origine e dal contesto territoriale. Anche se il fenomeno dei Neet nel contesto europeo è in calo (in Italia è del 15,2%), come paese siamo al secondo posto con la più alta percentuale di Neet.
Per quanto ci vengano continuamente propinati messaggi motivazionali: se vuoi puoi, dipende solo da te, se ti impegni ce la fai, la realtà dei fatti è ben diversa. L’ascensore sociale (che permette alle persone di modificare la propria condizione economica e culturale rispetto alla famiglia di origine), in Italia attualmente risulta rotto o bloccato, perché in molti contesti il reddito della famiglia di provenienza e il titolo di studio dei genitori, influenzano fortemente il futuro dei figli.
Immagine concettuale generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione simbolica e non ufficiale a fini critici e informativi.
La conseguenza di tutte queste problematiche porta allo spopolamento dei territori più vulnerabili, causando un disagio sociale. Quasi tutte le famiglie, infatti, hanno un parente che è stato costretto a emigrare per poter lavorare, ogni volta che si avvicina una festa o un momento da voler condividere con la famiglia, anche spostarsi e tornare nella propria terra è diventato molto difficile. Soprattutto nei periodi “caldi” (Natale, Pasqua, Ferragosto), i costi dei trasporti aumentano di molto, costringendo tanti a non poter raggiungere i propri cari (vedi articolo → Povertà di trasporto: quando tornare a casa diventa un lusso).
La conseguenza è una sofferenza e un disagio sociale per chi è costretto a passare determinati eventi lontano dai propri affetti.
Il disagio che si crea a causa dello spopolamento non è solo sociale ma anche economico. Ogni hanno partono dal sud 134.000 studenti e 36.000 laureati, e questo ci corta circa 4 miliardi di euro.
Sono circa 157 milioni di euro che non entrano nelle casse degli atenei del meridione a causa della scelta di andare a studiare altrove, molti studenti una volta conseguiti gli studi in un’altra città, è li che restano anche per un futuro lavorativo. Soldi che non entrano nelle casse del sud e che arricchiscono spesso altre realtà che offrono più opportunità, le conseguenze di questi mancati introiti si riflettono in modo negativo su tutto il territorio, uno studente non finanzia solo l’università, ma fa la spesa, acquista i libri, si taglia i capelli o va a mangiare una pizza nella città nella quale sta studiando, pertanto, viene alimentata un’economia che non è quella della regione di origine.
Altra problematica fondamentale è il calo delle nascite che riguarda tutto il paese, al sud e nelle isole però è più marcato, non solo per la mancanza di lavoro, ma anche per la mancanza di infrastrutture e di opportunità. Molti sono consapevoli che non possono dare opportunità lavorative o formative ai futuri figli, non hanno l’assistenza necessaria per prendersene cura, oppure non riescono a mantenerli sempre a causa della precarietà lavorativa e quindi anziché fare le valigie, scelgono proprio di non farne.
Per chi decide invece di fare figli, questa scelta spesso diventa una punizione.
Non c’è un congedo paritario e questo penalizza molto le donne; infatti, il congedo di paternità è di 10 giorni e quello di maternità di 5 mesi.
Non c’è la cultura della neo-genitorialità come momento forte nella vita di un individuo che in modo oggettivo la stravolge. Spesso molte donne si sentono dire al rientro a lavoro dalla maternità, che si sono riposate, si sentono dire che non ci sono agevolazioni sugli orari perché “non ti ho detto io di fare un figlio”, non c’è la cultura di agevolare un genitore (se possibile ovviamente), nella gestione degli orari per poter gestire la prole.
Molti sono ancora decisamente contrari allo smart working, anche se questo è uno strumento utilissimo per conciliare la vita lavorativa e familiare.
Ed è chiaro che consapevoli di questa realtà, molti si fermano a un solo figlio o vivendo le esperienze altrui decidono di non farne.
Nonostante iniziative legate alla promozione turistica, finanziamenti PNRR Imprese Borghi, la promozione dello Smart Working, vari bonus per chi decide di mettere al mondo un figlio e incentivi come “Resto al Sud”, l’emorragia di persone che lasciano la propria terra continua ad essere notevole.
Continuare con le soluzioni proposte è già un passo avanti, ma se mancano le infrastrutture, gli incentivi per lavorare, da soli non bastano. Non bastano i bonus che vengono erogati se si mette al mondo un figlio, c’è bisogno di assistenza, di una cultura del lavoro che incentivi a fare figli e che non si rifletta nella vita dei genitori (come spesso succede), come una punizione per aver procreato.
Bisogna agire a 360 gradi, non basta incentivare la creazione di nuove imprese se poi mancano le infrastrutture, se per raggiungere una determinata area bisogna fare un “viaggio della speranza”. Non bastano i bonus che incentivano a fare figli, se poi non si ha la possibilità di conciliare la vita lavorativa con quella familiare, per la mancanza di aiuti. È necessario agire, prima che i paesi fantasma diventino molti di più, prima che lo spopolamento diventi un problema irreversibile.
Tutti hanno diritto allo studio, diritto al lavoro, diritto a vivere una vita dignitosa, e sarebbe bello se in futuro, in questi territori vulnerabili ci fosse la possibilità di scegliere, di restare o andare via e che non possa essere più una scelta obbligata.
Fonti:
https://www.istat.it/comunicato-stampa/indicatori-demografici-anno-2025/
https://www.ilsole24ore.com/art/la-fuga-cervelli-sud-costa-oltre-4-miliardi-ogni-anno-fanno-valigie-134000-studenti-e-36000-laureati-AHOicagD