di Giovanni Buscema
D'estate, camminare in certi quartieri delle nostre città è diventato qualcosa di fisicamente diverso da camminare in campagna. L'aria è più pesante, l'asfalto irradia calore anche di notte, i muri degli edifici sembrano accumulatori termici che non si raffreddano mai. La sensazione è reale. E ha un nome preciso.
Si chiama isola di calore urbana (in inglese Urban Heat Island) ed è uno dei fenomeni più documentati e meno raccontati del nostro tempo.
Non è un effetto collaterale del cambiamento climatico. È un meccanismo autonomo, prodotto dalle città stesse, indipendentemente da quello che succede fuori. Le città sono più calde delle campagne circostanti non solo perché il clima sta cambiando. Ma perché le abbiamo costruite in un modo che le rende strutturalmente incapaci di raffreddarsi.
Uno studio del CNR-IBE in collaborazione con ISPRA, pubblicato nel 2025 e basato su un decennio di dati satellitari, ha mappato le isole di calore in tutti i capoluoghi di regione italiani tra il 2013 e il 2023. Il risultato è netto: le superfici urbane sono sistematicamente più calde delle aree rurali circostanti, in tutte le città analizzate, senza distinzioni geografiche tra Nord e Sud. Milano può registrare differenze di 6-8 gradi rispetto alle aree agricole limitrofe. Trieste arriva a quasi 5 gradi di scarto. Il fenomeno è diffuso, misurabile, in crescita.
Oggi in Italia oltre 20 milioni di persone vivono stabilmente all'interno di isole di calore urbane.
Il meccanismo
Il motivo per cui le città si surriscaldano in modo indipendente è nella loro composizione materiale. Asfalto, cemento, calcestruzzo (i materiali che ricoprono strade, piazze, parcheggi, tetti) assorbono la radiazione solare durante le ore diurne e la rilasciano lentamente nelle ore notturne. Questo ciclo impedisce il naturale raffreddamento che avviene invece nei suoli permeabili, dove l'acqua evapora portando via calore. Nelle città l'acqua non può evaporare perché il suolo è impermeabile, coperto da strati di materiali artificiali che la respingono verso le fognature invece di assorbirla.
A questo si aggiunge la geometria urbana. Le strade strette e gli edifici alti creano i cosiddetti canyon urbani, corridoi che intrappolano il calore, bloccano la ventilazione e impediscono la dispersione termica notturna. Il calore accumulato di giorno non ha via d'uscita. Rimane. E la notte successiva parte già da una base più alta.
Infine c'è il calore artificiale: condizionatori, veicoli, impianti industriali, attività umane. Ogni condizionatore che raffredda un interno scarica calore all'esterno. Ogni auto che si muove trasforma carburante in movimento e calore. Tutto questo si accumula in un sistema che non ha la capacità naturale di dissiparlo.
Il risultato è che le città più dense e più impermeabilizzate non si comportano come luoghi ma come macchine termiche. Macchine che producono calore, lo trattengono e lo amplificano.
Il suolo che non respira
C'è una parola che sintetizza il problema meglio di qualsiasi altra: impermeabilizzazione. Ogni metro quadro di suolo coperto da asfalto o cemento è un metro quadro che non assorbe acqua, non evapora, non raffredda, non filtra. In Italia il consumo di suolo continua ad avanzare, secondo i dati ISPRA ogni anno vengono impermeabilizzati ancora decine di milioni di metri quadri. Non è un'astrazione ambientale. È la costruzione progressiva di un sistema che produce calore e incapacità di smaltirlo.
Le conseguenze non sono solo termiche. Un suolo impermeabile non assorbe l'acqua piovana, la convoglia rapidamente nei sistemi fognari, che in caso di piogge intense vanno in crisi. Le alluvioni urbane sempre più frequenti nelle città italiane non sono solo il risultato di precipitazioni più intense. Sono anche il risultato di città che non sanno più gestire l'acqua perché hanno eliminato la capacità del suolo di riceverla.
Immagine concettuale generata con intelligenza artificiale. Rappresentazione simbolica e non ufficiale a fini critici e informativi.
Genova rompe l'asfalto
In questo quadro, una notizia arrivata a fine maggio 2026 merita attenzione. Genova (storicamente una delle città italiane più colpite da alluvioni e da rischio idrogeologico) ha fatto qualcosa che nessun'altra città italiana aveva ancora fatto: ha inserito il depaving nel proprio Piano Urbanistico Comunale.
Il depaving (depavimentazione o de-impermeabilizzazione) è esattamente quello che il nome suggerisce: togliere asfalto e cemento dove non servono più, per restituire spazio al suolo permeabile, agli alberi, al verde. Non come operazione estetica. Come infrastruttura ecosistemica, questa è la definizione esatta usata dalla giunta comunale guidata dalla sindaca Silvia Salis.
La delibera approvata il 26 marzo 2026 riconosce suolo e verde come infrastrutture al pari di strade e fognature, elementi strutturali della qualità urbana, della salute collettiva e della sicurezza territoriale. Si parte dal quartiere di Cornigliano, dai cortili scolastici e dalle aree gioco. Chi elimina superfici impermeabili private può ottenere riduzioni sugli oneri di urbanizzazione, impegnandosi a mantenere le nuove aree verdi per almeno dieci anni.
Non è un annuncio. È un cambio di paradigma dentro lo strumento urbanistico. Per la prima volta in Italia una città ha detto ufficialmente che ridurre il consumo di suolo non basta, occorre invertire la rotta. Togliere quello che è stato messo.
Il sistema che abbiamo costruito
Le isole di calore non sono un fenomeno naturale. Sono il risultato di decenni di scelte urbanistiche che hanno privilegiato l'impermeabilizzazione, la densificazione, la sostituzione del verde con superfici artificiali. Scelte che sembravano razionali (più spazio per le auto, più parcheggi, più edifici) e che hanno prodotto un effetto collaterale che ora si manifesta ogni estate in modo sempre più intenso.
Il 2024 è stato l'anno più caldo mai registrato secondo i dati Copernicus. Il 2025 ha superato per il terzo anno consecutivo la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento globale. In questo contesto le isole di calore urbane non sono più una curiosità climatologica. Sono un moltiplicatore di rischio per milioni di persone, soprattutto anziani, bambini, chi non ha accesso al condizionamento.
Quello che fa Genova è importante non perché risolve il problema. Ma perché dimostra che il problema è reversibile. Che il suolo si può restituire. Che l'asfalto si può togliere. Che una città può decidere di funzionare diversamente.
Non è difficile capirlo. È solo che nessuno ce lo ha mai spiegato guardando il marciapiede sotto i piedi.
Fonti
CNR-IBE / ISPRA, Indagine SUHI nei capoluoghi italiani 2013-2023, Remote Sensing Applications, 2025
Copernicus Climate Change Service, Bollettini climatici 2024-2025
Comune di Genova, Delibera giunta PUC depaving, marzo 2026 - ISPRA, Consumo di suolo in Italia, 2025
MeteoGiornale, 20 milioni di italiani nelle isole di calore, settembre 2025