Condividere è il nuovo possedere. E qui cambia tutto.

Pubblicato il 4 maggio 2026 alle ore 09:00

di Giovanni Buscema

 

Quante ore al giorno sta ferma la tua auto?

Fai il conto. La usi per andare al lavoro, per fare la spesa, qualche giro nel weekend. Il resto del tempo sta parcheggiata sotto casa, in un garage, in un parcheggio. Gli studi sul tema stimano che un'auto privata rimanga ferma in media il 95% del tempo. Paghi l'assicurazione, il bollo, il tagliando e la rata per un oggetto che usi cinque ore su cento.

Non è un problema tuo. È il risultato di un sistema economico costruito sul possesso come norma, indipendentemente dall'utilizzo reale.

Lo stesso vale per quasi tutto quello che hai in casa. Un trapano usato in media tra i 6 e i 13 minuti nell'intera sua vita utile. Una valigia grande tirata fuori due volte l'anno. Una tenda da campeggio comprata per un viaggio e mai più aperta. Attrezzatura sportiva, elettrodomestici, utensili. Oggetti reali, pagati, che occupano spazio fisico e mentale, e che nel frattempo non producono nessun valore per nessuno.

Quella statistica sull'auto non racconta uno spreco individuale. Racconta un sistema in cui acquistare è sempre più semplice (e spesso più economico) di condividere. Un sistema in cui il valore di un oggetto viene misurato dal prezzo pagato, non dall'uso generato. E che per funzionare ha bisogno di produrre continuamente cose nuove, indipendentemente da quante ne esistano già inutilizzate.

La sharing economy (l'economia della condivisione) nasce come risposta a questa anomalia. Non come ideologia. Come domanda precisa: se un oggetto viene usato il 5% del tempo, ha senso che ognuno ne possieda uno? Il principio è uno solo: accesso invece di possesso. Non ho bisogno di possedere un'auto, ho bisogno di muovermi. Non ho bisogno di possedere un trapano, ho bisogno di un buco nel muro. Non ho bisogno di possedere una casa in una città che visito tre giorni l'anno, ho bisogno di un posto dove dormire.

 

 

Questo principio si è espanso in quasi ogni ambito della vita quotidiana.

Il car sharing ha reso normale usare un'auto per un'ora e lasciarla dove si vuole, senza assicurazione, senza bollo, senza tagliando. Le biciclette e i monopattini condivisi coprono l'ultimo chilometro nelle città. Le piattaforme di affitto tra privati hanno trasformato stanze e appartamenti vuoti in risorse disponibili per chi viaggia. Il noleggio di attrezzatura sportiva ha reso inutile comprare una tavola da surf per una settimana al mare. In alcune città esistono già le biblioteche degli oggetti, spazi fisici dove puoi prendere in prestito un trapano, una scala, una macchina per cucire, e restituirla quando hai finito. Non è una rivoluzione che arriva dall'alto. È una logica che emerge dal basso quando le persone iniziano a chiedersi se ha senso possedere qualcosa che usano tre volte l'anno.

L'impatto di questa logica sul pianeta è tutt'altro che secondario. Ogni oggetto che non viene prodotto è materia prima che non viene estratta, energia che non viene consumata, rifiuto che non viene generato. Ogni auto condivisa tra più persone riduce il numero di veicoli in circolazione, e con loro le emissioni, la congestione, il consumo di suolo per i parcheggi. Secondo le stime dell'Ellen MacArthur Foundation, i modelli di accesso e condivisione potrebbero ridurre significativamente la produzione globale di beni materiali mantenendo invariato il livello di servizio per le persone. Non è un dato ambientale astratto. È la differenza tra produrre venti milioni di trapani e produrne due milioni che vengono davvero usati.

Ma c'è un lato che viene quasi sempre sottaciuto nelle narrazioni ottimiste sull'economia della condivisione. Le piattaforme che la gestiscono sono nella maggior parte dei casi aziende private, orientate al profitto, che si posizionano come intermediari tra chi offre e chi usa. Airbnb non possiede case — ma prende una commissione su ogni transazione e ha contribuito ad alzare i prezzi degli affitti in decine di città europee, riducendo la disponibilità di abitazioni per i residenti. Uber non possiede auto, ma in molti mercati ha eroso diritti e redditi dei lavoratori del trasporto. La condivisione come principio è una cosa. La piattaforma che la gestisce per estrarne valore economico è un'altra. Confondere le due cose è uno degli errori più comuni quando si parla di questo tema.

Il modello più vicino alla logica originale (quella dell'auto condivisa tra vicini, del trapano che circola nel condominio) è quello delle biblioteche degli oggetti, dei gruppi di acquisto collettivo, degli spazi comunitari condivisi. Modelli meno scalabili, meno redditizi per gli investitori, ma più coerenti con l'idea di ridurre il consumo invece di spostarlo su una piattaforma digitale. Più vicini, in sostanza, a quello che la sostenibilità chiede davvero: non consumare meglio, ma consumare meno.

L'economia della condivisione ci dice qualcosa di preciso su come siamo abituati a vivere: il problema non è che non abbiamo abbastanza cose. È che le cose che abbiamo vengono usate male — troppo poco, da troppo poche persone, per troppo poco tempo. Cambiare questo non richiede di rinunciare a nulla. Richiede di vedere il sistema prima di aprire il portafoglio.

L'auto sotto casa, il trapano nel ripostiglio, la valigia nell'armadio. Non sono oggetti dimenticati. Sono il simbolo di un sistema che ha reso il possesso più conveniente della condivisione. Finché non lo vediamo così, continueremo a produrre, comprare e buttare cose che avremmo potuto semplicemente condividere.

 

Fonti

Botsman R., Rogers R., What's Mine Is Yours, 2010 — Ellen MacArthur Foundation, Towards a Circular Economy, 2023 — European Rental Association, Market Report, 2024 — RAC Foundation, Spilling the Beans on the Cost of Car Travel, 2012