di Giovanni Buscema
Accendi la luce di casa alle sei del mattino e alle undici di mattina, e paghi due prezzi completamente diversi per lo stesso identico gesto, anche se non te ne accorgi perché la bolletta arriva una volta al mese con un numero solo. Il 1° maggio scorso, in Italia, l'elettricità è arrivata a costare 140 euro al megawattora alle sei del mattino, mentre alle undici di mattina, sulla stessa rete, il prezzo era praticamente pari a zero, un'oscillazione che racconta, meglio di qualsiasi bolletta, perché le famiglie italiane pagano in media quasi il doppio rispetto ai vicini francesi, e arriva proprio nei giorni in cui l'Italia ha riaperto ufficialmente le porte al nucleare, con il Senato che il 23 settembre ha approvato in via definitiva la legge delega, dopo quasi quarant'anni dal referendum che lo aveva fermato.
Un meccanismo che nessuno vede sulla bolletta
Il prezzo dell'elettricità non dipende semplicemente da quanto costa produrla, ma da un meccanismo di mercato che il Gestore dei Mercati Energetici chiama "ordine di merito": le centrali entrano in produzione una dopo l'altra, dalla più economica alla più costosa, fino a coprire l'intera domanda del momento, ed è l'ultima centrale attivata, quella più cara, a fissare il prezzo per tutta l'energia scambiata in quell'ora, indipendentemente da come sia stata prodotta la maggior parte dell'energia consumata in quel momento, e in Italia quell'ultima centrale è quasi sempre alimentata a gas, il primo tassello del meccanismo invisibile dietro la bolletta.
Perché il gas pesa così tanto sulle nostre bollette
Secondo i dati raccolti da Pagella Politica, l'Italia importa circa il 95% del gas che consuma, e fino al 2022 quasi il 40% arrivava dalla Russia, spesso a condizioni contrattuali più favorevoli rispetto a quelle attuali, ma dopo l'invasione dell'Ucraina l'Italia ha dovuto ridisegnare rapidamente le proprie forniture, rivolgendosi ad Algeria, Azerbaigian e ai carichi di gas naturale liquefatto in arrivo dagli Stati Uniti, esponendo il paese alle oscillazioni di un mercato globale molto più volatile di un gasdotto stabile. Il risultato, secondo i dati ARERA relativi al 2025, è un prezzo unico nazionale medio all'ingrosso, cioè il prezzo a cui l'energia viene scambiata sul mercato elettrico prima di rete e tasse, di 115,9 euro al megawattora, contro i 61,1 euro della Francia, quasi il doppio, appunto.
Chi paga davvero questo differenziale
Il conto più pesante lo pagano le imprese, in particolare quelle a forte consumo energetico: secondo un'analisi di Confindustria, nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l'energia in media 278 euro al megawattora, contro i 242 della Germania, i 183 della Francia e i 171 della Spagna, un differenziale che arriva a oltre il 50% in più rispetto ai concorrenti francesi. E non è solo il prezzo dell'energia a pesare, perché un'impresa italiana con consumi medi sostiene costi di rete e dispacciamento intorno ai 133.000 euro l'anno, contro i 78.000 di un'azienda equivalente in Francia, il 70% in più solo per la componente infrastrutturale della bolletta.
Il Centro Studi di Confindustria ha stimato che, nello scenario più severo, l'aumento dei costi energetici per il settore manifatturiero potrebbe arrivare fino a 21 miliardi di euro nel solo 2026, una cifra che si traduce, concretamente, in margini più bassi, prezzi meno competitivi sui mercati esteri e minore capacità di investire.
Decisioni prese decenni fa, che paghiamo oggi
Questa differenza affonda le radici in scelte fatte molto prima della crisi energetica degli ultimi anni: la Francia ha investito massicciamente nel nucleare a partire dagli anni Settanta, costruendo un parco reattori che oggi copre gran parte del proprio fabbisogno, mentre la Spagna ha puntato con decisione sulle rinnovabili e la Germania ha scelto la strada opposta, dismettendo gradualmente i propri impianti nucleari. L'Italia, dopo i referendum del 1987 e del 2011, è rimasta prevalentemente legata al gas, e quella scelta di allora si riflette oggi direttamente sulle bollette delle famiglie e sulla competitività delle imprese energivore.
Immagine realizzata con l’ausilio dell’IA
Una legge approvata, ma non senza contrasti
È in questo contesto che si inserisce la legge appena approvata, che non riapre le centrali nucleari di per sé, ma delega il governo ad adottare, entro dodici mesi, i decreti legislativi che dovranno disciplinare l'intero ciclo del nucleare in Italia, dalla sperimentazione alla localizzazione degli impianti, dalla gestione dei rifiuti radioattivi fino alla ricerca sulla fusione. Il testo punta su tecnologie modulari come gli SMR e su tecnologie avanzate come gli AMR, con l'obiettivo dichiarato di rafforzare l'indipendenza energetica del paese e contenere i costi in bolletta nel lungo periodo, e il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha indicato una finestra realistica tra il 2033 e il 2034 per i primi reattori operativi, un orizzonte di quasi un decennio, non certo di qualche mese.
Il provvedimento è passato con margini politici tutt'altro che unanimi: se Confindustria l'ha definita una "svolta storica", le opposizioni che hanno votato contro l'hanno bollata come una scommessa su una "tecnologia che oggi non esiste o non è commerciale", parlando apertamente di "follia economica", un dissenso che vale la pena tenere a mente, non per schierarsi, ma perché racconta quanto la strada scelta sia ancora tutta da dimostrare nei fatti, non solo nelle intenzioni.
Non è un caso isolato di ottimismo politico: secondo un'analisi di EY diffusa ad aprile, il costo stimato di produzione con questa tecnologia si aggira attorno ai 107 euro per megawattora, con un investimento di circa 610 milioni di euro per un singolo impianto da 100 megawatt, mentre Banca d'Italia, in un'analisi ripresa da Greenreport, ha osservato che il nucleare, anche una volta realizzato, non produrrà effetti immediati sulle bollette, perché i tempi di costruzione restano lunghi e la capacità installata coprirà comunque solo una parte del fabbisogno complessivo del paese.
Le alternative che esistono già, oggi
Mentre si discute di un orizzonte a dieci anni, alcune tecnologie per ridurre la dipendenza dal gas esistono già, e in alcuni casi sono nate proprio in Italia: a Larderello, in Toscana, fu prodotta nel 1904 la prima elettricità geotermica al mondo, ma nonostante questo primato storico la geotermia copre oggi appena il 2% del fabbisogno energetico nazionale, per limiti legati alla specificità geologica dei siti sfruttabili. Anche le rinnovabili più diffuse, solare ed eolico, incontrano un ostacolo strutturale nella loro intermittenza, e il problema, come sottolineano gli analisti del settore, non è più produrre energia pulita ma riuscire a conservarla, ed è in questo contesto che si inserisce la cosiddetta Battery Valley di Catania, un investimento da 2,8 miliardi di euro destinato, a regime, a coprire fino a un quarto del fabbisogno elettrico nazionale attraverso sistemi di accumulo su larga scala.
Il vero collo di bottiglia, che nessuna legge ha ancora risolto
Il dato forse più significativo di tutta questa vicenda riguarda non la tecnologia, ma la sua realizzazione pratica: secondo l'Osservatorio Regions2030, tra il 2020 e oggi sono stati presentati progetti di energia rinnovabile per centoquarantaquattro gigawatt di potenza, ma di questi solo venticinque gigawatt hanno effettivamente superato l'iter autorizzativo e sono entrati in funzione, e il problema, indicano questi numeri, non è la disponibilità di tecnologia né di capitali privati disposti a investire, ma il tempo che il sistema amministrativo italiano richiede per autorizzare, valutare e mettere in esercizio nuovi impianti.
La discussione pubblica sulla transizione energetica italiana si concentra spesso sulla contrapposizione tra nucleare e rinnovabili, ma i dati raccolti suggeriscono che il nodo centrale sia un altro, ed è la velocità con cui il paese riesce a trasformare un progetto già autorizzato in un impianto realmente funzionante. Mentre la legge delega apre a un cantiere nucleare che richiederà circa un decennio per produrre i primi effetti concreti, decine di gigawatt di rinnovabili restano già oggi bloccati nei processi autorizzativi, pronti sulla carta ma non ancora realizzati, ed è proprio in questo scarto, tra ciò che l'Italia potrebbe già avere e ciò che riesce davvero a mettere in funzione, che si nasconde il vero prezzo che paghiamo ogni volta che accendiamo la luce.
Fonti:
TPI – In Italia torna il nucleare: ecco cosa prevede la legge voluta dal Governo Meloni, 24 settembre 2026
https://www.tpi.it/politica/ritorno-nucleare-in-italia-cosa-prevede-legge-delega-governo-meloni-202609241254283/
Confindustria – Energia, il divario che pesa sulla competitività: in Italia le bollette più alte d'Europa
https://www.confindustria.it/news/energia-il-divario-che-pesa-sulla-competitivita-in-italia-le-bollette-piu-alte-deuropa
ARERA – Relazione annuale sui prezzi dell'energia elettrica, 2025
https://www.arera.it/
Pagella Politica – Dati sull'import di gas naturale in Italia
https://pagellapolitica.it/